12 settembre: Santissimo nome della Beata Vergine Maria

Immacolata 1B

  " Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio, umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio, tu se' colei che l'umana natura nobilitasti si,
che 'l suo Fattore non disdegnò di farsi sua fattura..." (Dante Alighieri)

 

 Una misericordia senza limiti...

Ci sono parole, anzi virtù, che stanno insieme come un mazzetto di fiori alpini. Non vivono sole, si cercano per affinità di significati. Così la correzione fraterna richiama il perdono. Anzi il perdono, espressione della gratuità dell’amore, percorre due strade complementari: la correzione fraterna e la misericordia senza limiti. La prima è la pedagogia del perdono, la seconda è il Vangelo del perdono. Anzitutto il perdono è attivo, dinamico, prende l’iniziativa di aiutare il fratello a ritrovare la strada del pentimento e della riconciliazione con la comunità. Ma poi si afferma anche la pazienza del perdono, come disponibilità ad accogliere l’errante nella comunità. Infatti nel Vangelo la troviamo per ben due volte: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. L’ultima norma dunque per una comunità fraterna è il perdono. Il discepolo perdonato da Dio, perdona il fratello. Che il perdono stia nel cuore del Vangelo risulta chiaro in Matteo: viene proclamato nel discorso programmatico delle beatitudini: “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”. Ritorna anche in Luca nella grande preghiera del Signore: “Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo…” e poi sotto la croce! Insomma dire “perdono” significa evocare tutto il messaggio cristiano, la vita e la morte di Gesù.

Il perdono dà l’impressione di essere lo “scandalo” dell’amore. E a farne le spese è il solito Pietro; è lui a provocare la risposta sorprendente del Maestro, lui il primo dei discepoli a porre una domanda e a darne la risposta. “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? Anche i rabbini discutevano sulla misura da accordare al perdono, e sembrava sensato arrivare fino a tre volte, come diceva il libro di Giobbe. Pietro arriva a sette volte, crede di essere generoso oltre misura. Ma sempre nella logica di una prassi puramente umana. Perdona fino a sette volte ma poi basta. Gesù, invece, fa saltare gli schemi cristallizzati nella mente di Pietro: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”. La misura del perdono è amare senza misura! Quindi perdonare sempre!

Gesù poi spiega la logica del perdono con una parabola dai contrasti forti: un re chiama i servi al rendiconto. Il racconto evangelico intreccia tre scene. Nella prima campeggiano la “pazienza” e la pietà del re nel condonare il gravissimo debito del servo: diecimila talenti, una somma da capogiro, oggi sarebbero milioni di euro; ma vincono la misericordia e il perdono. Nella seconda scena irrompe in modo ruvido la violenza del servo, impietosamente aggressivo, un vero aguzzino nei confronti di un collega che gli deve una piccola somma: cento denari, una cifra da ridere, pochi spiccioli e qui vince una giustizia spietata e tracotante. Nella terza scena il re ridice con severità il criterio che deve animare le relazioni tra i discepoli: quello di una smisurata misericordia. “Non dovevi forse anche tu avere pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Il perdono del discepolo è dunque la condizione, la porta aperta, per ottenere il perdono del Padre… Non possiamo pretendere per noi il perdono di Dio, se non concediamo a nostra volta il perdono al nostro prossimo. A buon intenditore, poche parole…

 

                                                                                                                                                        Padre Gottardo