Con la sua predicazione sul regno di Dio, Gesù si oppone a una religiosità che non coinvolge la vita umana, che non interpella la coscienza e la sua responsabilità di fronte al bene e al male. Lo dimostra con la parabola dei due figli, che viene proposta nel Vangelo di Matteo. All’invito del padre ad andare a lavorare nella vigna, il primo figlio risponde impulsivamente “No, non ci vado”, ma poi si pente e ci va; invece il secondo figlio, che subito risponde “Si, papà”, in realtà non lo fa, non ci va. L’obbedienza non consiste nel dire sì o no, ma sempre nell’agire, nel coltivare la vigna, nel fare del bene. Sono due modelli tutt’altro che astratti. Forse la folla che ascolta e soprattutto i capi, ne hanno sott’occhio tanti. Ma Gesù evoca due categorie di persone e soprattutto due atteggiamenti. Da una parte viene smascherata l’incredulità dei capi d’Israele, appunto i “principi dei sacerdoti e gli anziani del popolo”. Essi vantavano un primato. Presumevano di essere a posto. Erano gli uomini del sì alla prima grande chiamata quali depositari della legge, ma senza seguito, senza conversione e senza accogliere Gesù, il Messia.
Il primo figlio “non andò” nella vigna. Ci andò invece il secondo. Poche parole, due pennellate dai tratti siringati. Soprattutto la risposta del secondo figlio sta in tre verbi asciutti, che esprimono l’angolo giro della conversione, dal no al sì attraverso il cuore: “Non ne ho voglia, ma poi pentitosi, ci andò”. Ma che significa il sì? Dove sta la grande differenza? Nella splendida sobrietà della parabola vengono in luce alcune parole di un efficacia scorticante. Il sì richiede il “pentimento” per lasciare i sentieri randagi e andare nella vigna, per credere. L’obbedienza della fede non è adesione formale, esteriore: ovunque nel Vangelo si inciampa in questa urgenza di conversione a partire dal cuore. Il secondo figlio non è solo il simbolo di una categoria, ma di un atteggiamento universale. La conversione, la fede e l’amore partono tutti dal di dentro, dal cuore. Il pentimento prelude così l’adesione alla “volontà del Padre”.
Già questo era lampante nel discorso della Montagna: “Solo chi fa la volontà di Dio entrerà nel regno dei cieli”. La volontà di Dio è pertanto il fulcro su cui ruota tutta la rivoluzione antica e in particolare la corrente profetica. Ma soprattutto è il messaggio centrale del Vangelo: il Padre vuole chiamare tutti in Gesù Cristo. “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi”. La conversione, cambiare il cuore, è un processo che ci purifica dalle incrostazioni morali. E a volte è un cammino doloroso perché non c’è la strada della santità senza qualche rinuncia e il combattimento spirituale. Il Vangelo di oggi chiama in causa il modo di vivere la vita cristiana, che non è fatta di sogni e belle aspirazioni, ma di impegni concreti, per aprirci sempre alla volontà di Dio e all’amore verso tutti. Ma questo, anche il più piccolo impegno concreto, non si può fare senza la grazia. La conversione è una grazia che dobbiamo chiedere sempre: “Signore, dammi la grazia di vivere da figlio amato, la grazia di essere un buon cristiano”. Perché Gesù esprime simpatia per i pubblicani e le prostitute? Perché hanno avuto il coraggio della verità, hanno vissuto il coraggio della conversione, il coraggio dell’angolo giro: dal no al sì…
Padre Gottardo
Il venerdi dai Padri Monfortani dalle 8.00 alle 11.00 riprende l'Adorazione Eucaristica
